LE DONNE
DELLO SCHERMO

Tema ricorrente, quello delle «donne dello schermo», nella programmazione d'essai del cinema Capitol. Mai come in questo caso, però, i film proposti offrono spunti contraddittori nel cercare di cogliere come sia cambiata l'immagine della donna nel cinema e, indirettamente, nella società. Alcuni film, poi, entrano addirittura in collisione frontale fra loro, a cominciare dai due titoli che chiudono la rassegna. Il primo, diretto da una donna, mostra le donne molto più propense degli uomini a cogliere i cambiamenti e ad aprirsi al futuro. Il secondo, diretto da un uomo, ne mostra al contrario i corpi scomposti, capaci solo di somatizzare i cambiamenti in atto e non di governarli. Chi ha ragione ? Si prendano poi Elle e Mal di pietre. Michèle, la protagonista del primo, appare una buona realizzazione delle aspirazione di Gabrielle, la protagonista del secondo, se a questa non fosse stato imposto un matrimonio “normalizzatore”. Ma è a questo mix di ambiguità e disincanto che aspira la donna, oggi? Anche qui uno dei film, il primo, è diretto da un uomo, l'altro, il secondo, da una donna: c'è differenza se a raccontare la donna è un uomo oppure una donna ? Naturalmente, nel giudicare le donne, anche solo quelle sullo schermo, occorre fare la tara, ossia considerare la storia che hanno alle spalle, che è quello che fa Jim Sheridan ne Il segreto. Forse è per questo che il regista irlandese si è concentrato sulla vicenda di Rose, poiché basta raccontare quello che le donne hanno dovuto subire in passato per capire che il mondo è perfettibile. Ma l'interrogativo rimane: come è messa la donna oggi ? La risposta che preferiamo ce la da Isabelle Hupper, non quella di Elle, però, ma quella di Le cose che verranno, e il fatto che la stessa interprete riesca a dare corpo a due donne così diverse ci da un’altra risposta. La donna, sullo schermo e nella vita, non è quella che è, ma quella che vuole essere.

Mercoledì
10 maggio

Elle

di Paul Verhoeven
(Francia, 2016)

Golden Globe 2016 miglior film e
migliore attrice protagonista


ELLE 3

L'inizio è folgorante, carico di ambiguità, un'ambiguità che, come si vedrà, attraverserà tutto il film. In una elegante cornice borghese, Michèle (Isabelle Huppert) viene aggredita in casa da un uomo mascherato che la violenta, davanti allo sguardo indifferente del suo gatto. Una esperienza traumatica, che destabilizzerebbe chiunque, non lei, però. La donna, infatti, reagisce in modo quasi glaciale, facendo finta di nulla. Si rialza, raccoglie i cocci e poi fa il bagno nella vasca, come se nulla fosse. In seguito, apprendiamo che è la proprietaria di una società che produce videogiochi e che è una donna capace di giudizi taglienti sia in ambito lavorativo che nella vita privata. Il padre è in carcere, ha compiuto una carneficina quando Michèle era una ragazzina, e da allora lei non lo ha più voluto vedere. La madre, anziana, si trastulla con giovanotti di trent'anni più giovani, mentre suo figlio non vuole ammettere che la sua fidanzata ha dato alla luce il figlio di un altro. Lei, da parte sua, è separata dal marito e coltiva una relazione senza importanza con l'uomo della sua amica .. L'epilogo è all'altezza delle attese, con Michèle che di nuovo raccoglie i cocci, ma questa volta riprende in mano la sua vita e mette a posto tutti. Negli anni Ottanta e Novanta l’olandese Paul Verhoeven ha diretto a Hollywood film a grana grossa come Robocop, Atto di forza e Basic Instnict. Poi, nel 2006, è ritornato nella sua Olanda per girare il notevole Black Book. Adesso, a dieci anni da quel film e a settantotto anni suonati ritorna con questo Elle, girato in Francia su commissione, che è forse il suo miglior film di sempre, con una Isabelle Huppert a suo agio come non mai.


Mercoledì
17 maggio

Il segreto

di Jim Sheridan
(Irlanda, 2016)

IL SEGRETO

Rose (Vanessa Redgrave) è rinchiusa da quarant'anni in una clinica psichiatrica. E' accusata di avere concepito un figlio, frutto di una relazione innaturale con un giovane parroco, e di averlo ucciso appena nato. Lei, però, nega: non ha ucciso suo figlio. Quel figlio, inoltre, non sarebbe il frutto di un rapporto deviato ma del suo amore per un giovane aviatore. Gli anni sono passati e Rose deve essere trasferita altrove perché i locali dove è stata rinchiusa cambiano destinazione d'uso. Le sue poche cose sono già state caricate su di un camion e il resto dei pazienti è già stato trasferito. Un medico, per eccesso di zelo, ma poi si scoprirà che non è solo per questo, è stato incaricato di riprendere in mano il caso della donna prima di murarla un'altra volta in un nuovo manicomio. L'uomo prende a cuore il caso e procastina il più possibile il trasferimento della donna. Quello che emerge dalla sua indagine, costruita tutta sul racconto di Rose e sulle annotazioni appuntate sui margini della sua Bibbia, è un cupo spaccato della chiesa cattolica d'Irlanda: opprimente, ipocrita, falsamente moralista, auto assolutoria e, allo stesso tempo, tormentata dai sensi di colpa e paradossalmente misericordiosa. Diretto da Jim Sheridan, che è tornato a girare in Irlanda dopo vent'anni, il film è ispirato all'omonimo best seller di Sebastian Barry ed è stato criticato perché sorvola sulla parte più politica del romanzo riducendo il tutto ad un melodramma, che è ciò che Sheridan ha esplicitamente detto di volere fare. Nel cast, oltre a Vanessa Redgrave, Rooney Mara, che interpreta Rose da giovane, e Eric Bana, nei panni del medico che si appassiona alla storia di Rose.

Mercoledì
24 Maggio

Le cose che verranno

di Mia Hensen-Love
(Francia, 2016)

Orso d’Argento migliore regia
Festival di Berlino 2016

LE COSE CHE VERRANNO

Nathalie (Isabelle Huppert) ha cinquantacinque anni, due figli, un marito e una madre anziana sfinita dalla vita. La donna, che insegna filosofia in un liceo di Parigi, un tempo era una fervente sostenitrice di idee rivoluzionarie, ma con la maturità ha convertito l'idealismo giovanile nell'ambizione, più modesta, di insegnare ai giovani a pensare con le proprie teste. Le sue giornate si susseguono tutte uguali, tra la bella casa parigina e l’altra molto amata in Bretagna, in una rassicurante serenità appena interrotta dalle telefonate ansiogene della madre, che quando non chiama lei chiama i pompieri. Le cose cambiano quando il marito, improvvisamente, le confida che vuole lasciarla per un'altra e la madre, ricoverata a malincuore in una casa di riposo, muore. Disorientata dal doppio abbandono («Credevo che mi avresti amata per sempre. Che stupida», dice al marito) e da una libertà ritrovata che non cercava più, Nathalie ripiega su quello che gli rimane, ossia un ex allievo brillante e anarcoide e la gatta nera ereditata dalla madre. Ambientato in un contesto borghese raffinato e colto, dove leggere e scrivere saggi sembra la cosa più naturale del mondo, Le cose che verranno è un film meraviglioso, pacato e quieto, diretto da una talentuosa regista trentacinquenne con all’attivo già altri quattro film.

Mercoledì
31 Maggio

Mal di pietre

di Nicole Garcia
(Francia, 2016)


MAL DI PIETRE 1

Siamo in Provenza, nella Francia della fine degli anni Cinquanta, dieci anni prima della liberalizzazione dei costumi sessuali femminili. Gabrielle (Marion Cotillard) vive in una casa di campagna affacciata su sterminati campi di lavanda ed è preda di passioni (si invaghisce di un giovane insegnante fresco di matrimonio, sembra dissennata quando si mostra nuda ai braccianti che tornano dal lavoro) che i genitori ritengono sconvenienti, tanto che la fanno sposare con un gentile e onesto contadino spagnolo, sperando che questo la induca a comportarsi come si vorrebbe. Dopo il matrimonio “normalizzatore”, la donna, però, cade vittima di calcoli renali, quel “mal di pietre” che da il titolo al film, e viene ricoverata in una casa di cura sulle Alpi, dove incontra un ufficiale convalescente e se ne innamora. Da quel momento il suo pensiero e i suoi sentimenti saranno rivolti solo a lui, e poche chance avranno le amorose cure del marito, fino al sorprendente epilogo, che vira il film in una direzione del tutto inaspettata. Diretto da Nicole Garcia, il film è l’adattamento di un romanzo della scrittrice sarda Milena Agus, in cui si narra di una donna dai comportamenti anticonformisti che viene giudicata pazza, che è il modo in cui un tempo venivano liquidate le donne passionalmente sopra le righe, e offre a Marion Cotillard generose scene di nudo. Alla fine, però, quello che colpisce di più è il mite e onesto Jose, il marito di poche parole che tiene il campo per tutto il film con discrezione e umiltà. Quando gli chiedono se abbia fatto la guerra risponde che “l’ha vista” e quando alla fine Gabrielle gli chiede perché non abbia detto niente gli risponde solo “non volevo perderti”.

Mercoledì
7 Giugno

Libere, disobbedienti,
innamorate

di Maysaloun Hamoud
(Israele, 2016)

IN BETWEEN

Apertamente femminista, elementare nel disegno, ma pieno di energia, empatia e passione, il film è costruito intorno a tre ragazze arabe che condividono un appartamento a Tel Aviv. Alle tre ragazze, che pure provengono da paesi e famiglie della tradizione più conservatrice, non manca l'educazione e una buona dose di libertà. Laila è avvocato, si veste in modo provocante, beve, sniffa droghe, e fa l'amore con disinvoltura. Salma è lesbica, ha un look pop, piercing ovunque e fa la DJ. Nour, che a differenza delle altre due è musulmana osservante con tanto di hijab, studia informatica e, anche se non fa della notte il giorno come le sue due coinquiline, tiene testa in modo mite ma tenace ad un fidanzato che la vorrebbe molto più sottomessa e che snobba il suo attaccamento allo studio. Tre ragazze con una loro personalità, quindi, che vivono libere e sole in città, ma che finiscono loro malgrado con lo scontrarsi con le contraddizioni e le ipocrisie di una società che, se da un lato è stata investita dalla modernità, dall'altro resta arcaica nel non riconoscere libertà e dignità sostanziale alla donna. L'uomo di cui Laila è innamorata, infatti, è ben contento di essere il suo amante, ma si vergognerebbe di lei come sposa; la famiglia di Salma, da parte sua, dà per scontato per lei un matrimonio combinato e scopre con orrore la sua omosessualità; la dolce Nour, infine, finisce violentata dal fidanzato, che vuole forzarla ad un matrimonio precoce. In mezzo al guado tra passato e futuro, ma indomite, le tre donne terranno duro e il fermo immagine finale, con lo sguardo di infinita commiserazione con cui le tre protagoniste guardano dall'esterno il gruppo di maschi molto qualunque che si sono lasciate alle spalle, è impagabile.

Mercoledì
14 Giugno

Le donne e il desiderio

di Tomasz Wasilewski
(Polonia, 2016)

Orso d’Argento migliore sceneggiatura
Festival di Berlino 2016


LE DONNE E IL DESIDERIO

Siamo in Polonia, nel 1990, nella periferia di una qualsiasi città polacca del tempo, con quei casermoni grigi e squadrati tipici del socialismo reale. Quattro donne, preda tutte di un desiderio deviante senza vita autentica, incrociano le loro storie. Agata, moglie e madre infelice, è rosa dalla passione ossessiva per un sacerdote. Renata è un'insegnante in età da pensione che vive sola con i suoi uccellini ed è attratta da Marzena, una vicina di casa molto più giovane di lei che è stata reginetta di bellezza e ha il marito lontano. Iza, la sorella maggiore di Marzena, è la preside della scuola in cui insegna Renata e ha una relazione con un medico, che improvvisamente non la vuole più. Come in una ronda, una donna cede lo schermo all’altra per ritirarsi sullo sfondo, dando vita ad una ideale staffetta sulla condizione della donna in quegli anni di transizione. A un primo livello di lettura, quello che colpisce, nel film, è però la misoginia della rappresentazione. A dispetto delle intenzioni del regista, il trentaseienne enfant prodige del cinema polacco Tomasz Wasilewski, i suoi ritratti femminili sono infatti altrettanti archetipi di donne infelici e sole, che il regista si diverte a torturare senza pietà con uno sguardo che manca del tutto di umanità. A un secondo livello di lettura, però, si può obiettare che le donne di Wasilewski, in realtà, sono vittime del passato che non passa, cioè del grigiore del vecchio regime che, pure caduto, ancora ne imprigiona i corpi, lettura, questa, suffragata dall’estetica della messa in scena, con i colori desaturati e con i grigi disegnati da Oleg Mutu.