PARIGI
GIOVEDI' 4 DICEMBRE, ore 21:15
La Trama:
Pierre è un ballerino a cui
viene diagnosticata una grave malattia cardiaca; deve
attendere il trapianto ma non è affatto certo che
sopravviverà. Sua sorella si trasferisce da lui per
assisterlo, insieme ai suoi tre figli senza padre, e fa la
spesa al mercato di quartiere, dove i fruttivendoli sono in
piena schermaglia amorosa. Intanto un nordafricano
s'imbarca alla volta dell'Europa, una fornaia assume
un'apprendista maghrebina e un professore universitario di
storia, in crisi esistenziale, s'innamora di una
studentessa, si confronta con il fratello architetto e si
presta a commentare la città di Parigi per una collana di
dvd.
Sono alcune delle traiettorie che Cédric Klapisch traccia
sulla mappa di Parigi , storie di vita ordinaria rese
straordinarie dallo sguardo di Pierre, "esaltato" dalla
prospettiva della morte. Un percorso che si denuncia da
solo –nelle parole del professore che cita Baudelaire-
senza capo né coda, ambientato in un momento storico
antirivoluzionario ma, evidentemente, intriso di spleen.
C'è poco da ridere rispetto ai precedenti lavori
dell'autore, tutti sono più nudi davanti alla macchina da
presa, come ballerini cui non è più dato il piacere di
ballare, ma in fondo anche tutti più disposti a dare
un'occasione al caso. L'amore non è obbligatorio, ma quello
tra fratelli è indagato, riconosciuto, motore dei momenti
più commoventi e più divertenti (anche se la sequenza da
applausi è quella di Fabrice Luchini alla sua prima seduta
dall'analista).
Pierre è il regista degli incontri tra i personaggi,
l'unico a intercettarli tutti, anche se capirli è altra
cosa; li guarda dall'alto in basso o dal basso in alto,
spettatore alla ricerca di prospettive d'artista. Ma lo
scambio è mutuo: Klapisch, che pure si mette al livello dei
personaggi, discreta terza presenza nella stanza con loro,
soffre a sua volta di un problema di cuore. Il suo sguardo
è sentimentale, abbraccia il bello e il brutto, l'attore
famoso (Binoche, Duris, Luchini) e quello poco noto,
ripropone squarci del proprio cinema ma ne mitiga
fortemente la leggerezza. Parigi, splendidamente
fotografata da Christophe Beaucarne, senza enfasi ma non
senza amore, è il contenitore che tutto tiene e tutto
perdona, ma l'idea di percorrerla programmaticamente senza
meta, per disegnare un "ritratto effimero di una città
eterna" (come avrebbe dovuto specificare un sottotitolo poi
omesso), non sempre appare come la soluzione migliore.
In continuo cambiamento, come la ville Lumière, Klapisch è
di nuovo in cerca del suo gatto, e noi possiamo solo
augurarci che lo ritrovi al più presto.