IL MONDO DIETRO L'ANGOLO 2010

Il mondo dietro l’angolo, ormai, è grande come il mondo intero. Non ci sono solo i barconi di disperati che approdano sulle nostre coste e le tanto discusse, in Italia, politiche dei respingimenti, con i dubbi accordi con il regime libico denunciati in Come un uomo sulla terra, film programmato l’anno scorso. In Francia, a Calais, migliaia di immigrati tentano quotidianamente di raggiungere illegalmente l’Inghilterra e le stesse organizzazioni umanitarie che cercano di dare un sollievo a questi poveri diavoli rischiano dure pene detentive, che è quello che racconta invece uno dei film che proponiamo quest’anno, Welcome di Philippe Lioret. Premiato dal pubblico all’ultimo Festival di Berlino e campione di incassi in Francia, quest’ultimo film offre anche uno spaccato inedito sui rischi che corrono i clandestini nel cercare di sfuggire ai controlli. Non diversamente vanno le cose in Spagna, dove i 14 kilometri dello Stretto di Gibilterra separano l’Africa dall’approdo in Europa, il che diventa un miraggio per molti disperati che attraversano mezza Africa per cercare la fortuna al di là dello stretto, che è appunto quello che viene narrato in 14 kilometros di Gerardo Olivares, altro film programmato quest’anno. Chiudono la proposta due documentari, uno dedicato alla difficile integrazione, a scuola e nella società italiana, dei figli degli immigrati, siano essi di prima o di seconda generazione (Fratelli d’Italia di Claudio Giovannesi, e uno dedicato alle sonorità del Marocco (Sound of Marocco di Giu-liana Gamba). Paese dai forti contrasti che si estende fino ai confini occidentali del “mondo antico”, il Marocco , infatti, continua a essere un luogo magico, un mosaico di popoli e culture. E la sua musica ne è l’espressione più autentica. Il film proposto, così, è un’immersione nell’utopia del “metissage”, che è radice di una cultura squisita, avanzata, temuta dagli integralismi di tutte le parti. Ogni passaggio tra i vari mondi musicali, infatti,  non rappresenta una frattura tra passato e presente o tra un modo di intendere la vita e un altro, ma mette in luce l’estrema coesione che esiste tra le diverse componenti musicali marocchine e, aggiungiamo noi, di ogni cultura tout court.


Mercoledì 28 luglio, ore 21:30

WELCOME
di Philippe Lioret (Francia, 2009)
WELCOME

Bilal (Firat Avverdi) è un giovane curdo che ha lasciato il suo paese alla volta di Calais, dove sogna e spera di imbarcarsi per l'Inghilterra. Dall'altra parte della Manica lo attende la ragazza che ama, che il padre ha promesso in sposa a un ricco cugino. Attraversare clandestinamente il confine, però, non è facile. Bilal ci prova, assieme ad altri disperati come lui, ma non ce la fa, è scoperto e respinto indietro. Così si convince che l’unico modo che ha per raggiungere la donna che ama è attraversare la Manica a nuoto. Non ce la farà, ma la sua determinazione cambierà per sempre la vita a Simon (Vincent Lindon), un istruttore di nuoto in disarmo che, diversamente da Bilal, non riesce nemmeno ad attraversare la strada per cercare di trattenere la moglie che lo sta lasciando. La testardaggine e l’impegno del ragazzo, l’intuizione del suo folle piano, ma anche la voglia di far colpo sull’ex moglie, volontaria che ogni sera distribuisce pasti caldi ai clandestini, spingono infatti Simon ad aiutare il ragazzo, il che fa si che l’uomo scopra dentro di sé un' umanità e una moralità che fino ad allora aveva come cancellato. Simone aiuta Bilal come può: addirittura lo invita a dormire a casa attirandosi le reprimende della polizia e scatenando il razzismo del vicino: welcome, “benvenuto”, significativamente, è la parola che Simon legge sullo zerbino del suo vicino di casa subito dopo che questo gli ha sbattuto la porta in faccia prima di chiamare la polizia. Il mondo, la fuori, infatti, è avverso e inospitale e Simon dovrà sfidare la dura legge sull'immigrazione clandestina voluta da Sarkozy che punisce con pene che arrivano fino a cinque anni di reclusione i cittadini francesi che aiutano i clandestini.

Martedì 7 settembre, ore 21,30
in occasione della Festa Multietnica

14 KILOMETROS
di Gerardo Olivares (Spagna, 2007)
14 km

Violeta, una ragazzina che vive in un villaggio del Mali, decide di scappare da casa per evitare il matrimonio combinato con un balordo da cui subì molestie da bambina. Intanto, nel vicino Niger, Buba, che trascorre le sue giornate tra la passione per il calcio e la necessità di fare il meccanico per vivere, decidedi vendere tutto e di tentare insieme al fratello Mukela una sorte migliore in Europa. I tre, così, intraprendono un lungo viaggio per attraversare mezza Africa, da sud a nord, accartocciandosi e stringendosi sugli omnibus straripanti di coperte e di valigie o su barconi che paiono bare sul mare, patendo il freddo, la fame e il disorientamento per giungere infine allo Stretto di Gibilterra, quei 14 chilometri che separano l'Africa dall'Europa e che danno il titolo al film. Del vagheggiato continente europeo, però, vedremo solo la punta più meridionale, Tarifa, la città andalusa dove sbarcheranno i due ragazzi; oltre a questi pochi frangenti, infatti, l'Europa è data solo come riflesso nei sogni dei migranti, poiché è l’Africa con le sue contraddizioni e la sua disperazione, e non l’Europa, che interessa al regista. La macchina da presa, così, stringe su Buba e Violeta e la pellicola trasuda amarezza da ogni inquadratura, anche quando filma tramonti in controluce e spazi naturali incontaminati. «Continueranno a vivere e a morire, perché la storia ha dimostrato che non c'è muro capace di contenere i sogni», chiude Olivares prima dei titoli di coda prendendo in prestito una riflessione della scrittrice spagnola Rosa Montero. Prima, quando ancora i giovani sono in viaggio, fa dire ai Tuareg che li salvano nel deserto: «con la vostra continua fuga danneggiate l'Africa. Il futuro deve essere qui», mentre un trafficante di passaporti spiega: «per gli algerini i neri sono tutti uguali», il che significa che in 14 kilometros scorrono parallele la speranza viva di un orizzonte migliore e una conflittualità mai sopita tutta interna al continente africano. Genuino, forse persino brado, teso tra l'estasi immobile dei paesaggi e la calma di una natura che avvolge ma non soccorre, fermo nell'inchiodare la crudeltà del potere sulla croce dei poveri, il film di Olivares è tutto girato a “distanza di pudore” dai suoi dannati, esuli "da una terra che li odia per un'altra che non li vuole".