
Il mondo dietro l’angolo, ormai, è grande come il mondo
intero. Non ci sono solo i barconi di disperati che
approdano sulle nostre coste e le tanto discusse, in
Italia, politiche dei respingimenti, con i dubbi accordi
con il regime libico denunciati in Come un uomo sulla
terra, film programmato l’anno scorso. In Francia, a
Calais, migliaia di immigrati tentano quotidianamente di
raggiungere illegalmente l’Inghilterra e le stesse
organizzazioni umanitarie che cercano di dare un sollievo a
questi poveri diavoli rischiano dure pene detentive, che è
quello che racconta invece uno dei film che proponiamo
quest’anno, Welcome di Philippe Lioret. Premiato dal
pubblico all’ultimo Festival di Berlino e campione di
incassi in Francia, quest’ultimo film offre anche uno
spaccato inedito sui rischi che corrono i clandestini nel
cercare di sfuggire ai controlli. Non diversamente vanno le
cose in Spagna, dove i 14 kilometri dello Stretto di
Gibilterra separano l’Africa dall’approdo in Europa, il che
diventa un miraggio per molti disperati che attraversano
mezza Africa per cercare la fortuna al di là dello stretto,
che è appunto quello che viene narrato in 14 kilometros di
Gerardo Olivares, altro film programmato quest’anno.
Chiudono la proposta due documentari, uno dedicato alla
difficile integrazione, a scuola e nella società italiana,
dei figli degli immigrati, siano essi di prima o di seconda
generazione (Fratelli d’Italia di Claudio Giovannesi, e uno
dedicato alle sonorità del Marocco (Sound of Marocco di
Giu-liana Gamba). Paese dai forti contrasti che si estende
fino ai confini occidentali del “mondo antico”, il Marocco
, infatti, continua a essere un luogo magico, un mosaico di
popoli e culture. E la sua musica ne è l’espressione più
autentica. Il film proposto, così, è un’immersione
nell’utopia del “metissage”, che è radice di una cultura
squisita, avanzata, temuta dagli integralismi di tutte le
parti. Ogni passaggio tra i vari mondi musicali,
infatti, non rappresenta una frattura tra passato e
presente o tra un modo di intendere la vita e un altro, ma
mette in luce l’estrema coesione che esiste tra le diverse
componenti musicali marocchine e, aggiungiamo noi, di ogni
cultura tout court.
Mercoledì 28 luglio, ore 21:30
WELCOME
di Philippe Lioret (Francia, 2009)

Bilal (Firat Avverdi) è un giovane curdo che ha lasciato
il suo paese alla volta di Calais, dove sogna e spera di
imbarcarsi per l'Inghilterra. Dall'altra parte della Manica
lo attende la ragazza che ama, che il padre ha promesso in
sposa a un ricco cugino. Attraversare clandestinamente il
confine, però, non è facile. Bilal ci prova, assieme ad
altri disperati come lui, ma non ce la fa, è scoperto e
respinto indietro. Così si convince che l’unico modo che ha
per raggiungere la donna che ama è attraversare la Manica a
nuoto. Non ce la farà, ma la sua determinazione cambierà
per sempre la vita a Simon (Vincent Lindon), un istruttore
di nuoto in disarmo che, diversamente da Bilal, non riesce
nemmeno ad attraversare la strada per cercare di trattenere
la moglie che lo sta lasciando. La testardaggine e
l’impegno del ragazzo, l’intuizione del suo folle piano, ma
anche la voglia di far colpo sull’ex moglie, volontaria che
ogni sera distribuisce pasti caldi ai clandestini, spingono
infatti Simon ad aiutare il ragazzo, il che fa si che
l’uomo scopra dentro di sé un' umanità e una moralità che
fino ad allora aveva come cancellato. Simone aiuta Bilal
come può: addirittura lo invita a dormire a casa
attirandosi le reprimende della polizia e scatenando il
razzismo del vicino: welcome, “benvenuto”,
significativamente, è la parola che Simon legge sullo
zerbino del suo vicino di casa subito dopo che questo gli
ha sbattuto la porta in faccia prima di chiamare la
polizia. Il mondo, la fuori, infatti, è avverso e
inospitale e Simon dovrà sfidare la dura legge
sull'immigrazione clandestina voluta da Sarkozy che punisce
con pene che arrivano fino a cinque anni di reclusione i
cittadini francesi che aiutano i clandestini.
Martedì 7 settembre,
ore 21,30
in occasione della Festa Multietnica
14
KILOMETROS
di Gerardo Olivares (Spagna, 2007)

Violeta, una ragazzina che vive in un villaggio del
Mali, decide di scappare da casa per evitare il matrimonio
combinato con un balordo da cui subì molestie da bambina.
Intanto, nel vicino Niger, Buba, che trascorre le sue
giornate tra la passione per il calcio e la necessità di
fare il meccanico per vivere, decidedi vendere tutto e di
tentare insieme al fratello Mukela una sorte migliore in
Europa. I tre, così, intraprendono un lungo viaggio per
attraversare mezza Africa, da sud a nord, accartocciandosi
e stringendosi sugli omnibus straripanti di coperte e di
valigie o su barconi che paiono bare sul mare, patendo il
freddo, la fame e il disorientamento per giungere infine
allo Stretto di Gibilterra, quei 14 chilometri che separano
l'Africa dall'Europa e che danno il titolo al film. Del
vagheggiato continente europeo, però, vedremo solo la punta
più meridionale, Tarifa, la città andalusa dove
sbarcheranno i due ragazzi; oltre a questi pochi frangenti,
infatti, l'Europa è data solo come riflesso nei sogni dei
migranti, poiché è l’Africa con le sue contraddizioni e la
sua disperazione, e non l’Europa, che interessa al regista.
La macchina da presa, così, stringe su Buba e Violeta e la
pellicola trasuda amarezza da ogni inquadratura, anche
quando filma tramonti in controluce e spazi naturali
incontaminati. «Continueranno a vivere e a morire, perché
la storia ha dimostrato che non c'è muro capace di
contenere i sogni», chiude Olivares prima dei titoli di
coda prendendo in prestito una riflessione della scrittrice
spagnola Rosa Montero. Prima, quando ancora i giovani sono
in viaggio, fa dire ai Tuareg che li salvano nel deserto:
«con la vostra continua fuga danneggiate l'Africa. Il
futuro deve essere qui», mentre un trafficante di
passaporti spiega: «per gli algerini i neri sono tutti
uguali», il che significa che in 14 kilometros scorrono
parallele la speranza viva di un orizzonte migliore e una
conflittualità mai sopita tutta interna al continente
africano. Genuino, forse persino brado, teso tra l'estasi
immobile dei paesaggi e la calma di una natura che avvolge
ma non soccorre, fermo nell'inchiodare la crudeltà del
potere sulla croce dei poveri, il film di Olivares è tutto
girato a “distanza di pudore” dai suoi dannati, esuli "da
una terra che li odia per un'altra che non li vuole".