ECCE HOMO

Eccolo, eccolo qui, questo è l’uomo … e non è un granché, verrebbe da dire. In effetti, non sembra essere ridotto molto bene, o forse è sempre stato così: solo, incapace di dominare gli accadimenti, spesso preda di rancori, vendicativo e astioso, sembra un animale braccato dalla sorte, ma spesso ci mette del suo. Se infatti non ha colpa il secondino che finisce stritolato assieme ai detenuti in Cella 211, thriller carcerario di rara potenza diretto dallo spagnolo Daniel Monzon premiato in patria con ben otto premi Goya, gli Oscar del cinema iberico, non così si può dire del protagonista de Il profeta di Jacques Audiar, a sua volta vincitore del “Grand Prix” all’ultimo Festival di Cannes, che anche se non sappiamo il perché in carcere c’è pure finito, e per colpa. Anche in Revanche dell’austriaco Gotz Spielmann, piccolo film praticamente non arrivato in sala ma anch’esso pluripremiato ai festival di Palm Springs e Moterrey, il protagonista ci mette del suo con quella maldestra rapina, ma poi il fato è beffardo e la sua vita vira in tragedia assieme a quella, a sua volta non del tutto innocente, del poliziotto che per sventare la rapina spara. Più sfumate sono colpa e redenzione in Vendicami, debordante capolavoro del cinese Johnny To, in cui è il clima del genere a declinare la morale, mentre nel sorprendente Il segreto nei suoi occhi trapela addirittura qualche spiraglio di luce, spiraglio che invece viene irreversibilmente disatteso nel cupissimo The Road di John Hillcoat, formidabile adattamento dell’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, a sua volta desolante e rassegnata cronaca dell’Apocalisse prossima ventura. Sei film, quindi, in cui non è chiaro se il compito dello spettatore è rintracciare quello che resta nell’umano che va scomparendo o intravvedere quello che di grande alberga comunque nell’animo umano. Scriveva Sartre: «Sottouomini non disperate ! Non siamo uomini completi. Siamo degli esseri che si dibattono per stabilire rapporti umani e per arrivare a una definizione dell’uomo. E’ una lotta che durerà a lungo […] Il nostro fine è di giungere a un corpo costituito in cui ciascuna parte sia un uomo e in cui le collettività siano umane»

Martedì 13 luglio, ore 21:30
VENDICAMI
di Johnni To (Hong Kong, 2009)
vengeance_to_hallyday

Un ex gangster diventato cuoco, il che è già un buon spunto, torna alla violenza per vendicare la morte del genero e dei nipotini. Indurito dalla vita e ridotto a una maschera di dolore, l’uomo ha la faccia di pietra di Johnny Hallyday e, raggiunto l'Estremo Oriente, per assolvere il suo compito ingaggia tre killer che scopre in azione mentre eliminano l'amante infedele di un boss della malavita. Come in Memento di Christopher Nolan, il protagonista, causa una vecchia pallottola in testa, ha una memoria intermittente e, per ricordarsi di cose e persone, deve scattare continuamente polaroid. Inoltre, come in Frank Costello faccia d'angelo di Jean- Pierre Melville, si chiama Costello di cognome, il che basta per mandare fuori di testa i cinefili, che ricordano come nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto essere lo stesso Alain Delon ad interpretare il cuoco giustiziere. In realtà, parte della forza della film sta proprio in Johnny Hallyday, che pronuncia le battute più improbabili con la stessa determinazione con cui reciterebbe Shakespeare. Ma ciò che più conta, comunque la si pensi sulla dicotomia cinema di genere / cinema d’autore, è che quest’ultimo film di Johnnie To è forse il capolavoro assoluto di un certo tipo di cinema post-moderno adorato da chi di cinema non capisce niente e snobbato da chi invece potrebbe davvero apprezzarlo. Girato in una Macao che sembra una copia conforme di Las Vegas, ad un tempo romantico e sanguinario, ricco di immagini straordinarie, d'atmosfere evocative e di invenzioni sbalorditive, come la sparatoria risolutiva sotto la spazzatura volante d'una discarica, una sequenza che resterà a lungo nella memoria dello spettatore, il film di To riserva allo spettatore ciò che di meglio può offrire il cinema oggi, ma non lo ha visto praticamente nessuno.


Martedì 24 agosto, ore 21:30
Giovedì 26 agosto, ore 21:30

IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI
di Juan José Campanella (Argentina, 2009)
IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI 2

Benjamín Esposito (Ricardo Darin) è un magistrato in pensione che, dopo una vita passata a rincorrere assassini, decide di scrivere un libro sull'indagine che, tre decenni prima, gli ha tormentato e cambiato la vita: l'omicidio con stupro di una giovane moglie, a Buenos Aires, nel 1974. Per farlo, ripensa alle indagini condotte allora e all’incredibile dedizione del marito della vittima, che sembrava non essere capace di darsi pace, il che lo fa sprofondare in un groviglio inestricabile di pensieri, di aspirazioni e frustrazioni che gli richiamano alla mente anche una mai nata storia sentimentale e la drammatica morte di un quasi collega, alcolista impenitente ma solidale. Di più non è possibile dire senza fare torto ad un film che ha nell’intreccio la sua forza e nell’epilogo l’esito più sorprendente. Confezionato come un thriller dalle implicazioni legali, il film di Juan José Campanella è al contempo un’opera sentimentale sull’amore impossibile e una storia politica di denuncia morale in cui la complessità del racconto, tesa alla dimostrazione dell’impotenza dell’uomo di fronte alla morte, non soffoca per nulla le emozioni ma le asserve ad un ingranaggio narrativo che svela progressivamente, attraverso i dettagli, la profondità delle trepidazioni dell’animo umano. Ritmato dalla presenza di fotografie rivelatrici (da qui, per inciso, il titolo del film, che è anche il titolo del romanzo da cui è tratto, con Eros e Thanatos che si leggono negli occhi di chi è ritratto), stemperato da momenti di leggerezza e, a tratti, di vera e propria ilarità, il film è arrivato al giudizio delle sale italiane scontando l’onta di avere sottratto l’Oscar per il miglior film straniero a capolavori quali Il profeta e Il nastro bianco, ma l’immeritata antipatia dei cinefili si stempera, per lo spettatore comune, mano a mano che le immagini scorrono sullo schermo.

Premi: Premio Oscar 2010, Miglior film straniero

Giovedì 2 e Lunedì 6 settembre, ore 21:30
REVANCHE
di Gotz Spielmann (Austria, 2008)
REVANCHE 1

Alex fa l'autista per il padrone di un bordello e ha commesso il terribile errore d’innamorarsi, ricambiato, della prostituta più richiesta. Insieme i due meditano la fuga; per coronare il loro sogno, però, occorrono soldi, parecchi soldi. Per procurarseli, Alex non vede altra via che una rapina ben fatta. Sulla carta dovrebbe essere poco più che una toccata e fuga, ma qualcosa non va per il verso giusto. La storia, così, vira, e la seconda parte del film è radicalmente diversa dalla prima. Dalla città si passa nella campagna e il noir diventa una dramma a due. Prostitute, malviventi, poliziotti in cerca di redenzione: non occorre essere americani per girare degli ottimi noir e non occorre copiarli per riuscire a farlo in Europa. Revanche è al tempo stesso un poliziesco classico, in cui si racconta di malviventi e prostitute in fuga da una vita in cui l’amore è impossibile, e un film di vendetta che inizia là dove il poliziesco solitamente termina. Il regista Götz Spielmann non fa sconti a nessuno, non tanto perché entrambi i protagonisti hanno tutti uno o più peccati da confessare, ma perché e sulla necessità della loro espiazione che si fonda il senso stesso del racconto. L'unica etica che fa capolino nel film, infatti, è quella dei molti simboli cristiani che incombono sui peccatori e delle bibliche opposizioni logiche (peccato/pena, colpevole/giustiziere, città/campagna,..). Revanche, così, è un film che, al pari del protagonista, costringe lo spettatore a chiedersi quale sia il fine ultimo delle nostre azioni e fino a dove arrivi la nostra responsabilità su di esse.

Premi: miglior sceneggiatura e premio del pubblico International Film Festival Monterrey; premio CICAE Art Cinema Award 2008.



Giovedì 9 settembre, ore 21:30
CELLA 211
di Daniel Monzon (Spagna, 2009)
CELLA 211

Fresco d’impiego, per fare buona impressione Juan (Alberto Ammann) si presenta con un giorno d'anticipo sul primo turno di guardia nel carcere dove ha appena trovato lavoro come secondino. Coinvolto suo malgrado e rocambolescamente nella rivolta dei detenuti del penitenziario, non troverà di meglio che provare a farsi passare per uno di loro, il che inizialmente paga ma alla fine scaturisce nella più inattesa delle tragedie. Negli ultimi anni la Spagna, con autori quali Alejandro Amenabar prima e Alex de la Iglesia e Jaume Balaguero poi, si è costruita una solida reputazione nell’ambito del cinema di genere, per cui non sorprende che uno sconosciuto nuovo regista spagnolo reinventi un altro dei topos cari al cinema popolare americano, il genere carcerario. Tipico «personaggio ordinario calato in un contesto straordinario», secondo la ben nota formula hitchcockiana, il protagonista è costretto dapprima a fingersi esso stesso un delinquente per sopravvivere, fino a scoprirsi capo carismatico e principale motore della rivolta carceraria. Una rivolta che, nel film di Monzon come nel miglior cinema di genere, assume presto una forte connotazione politica, non solo con la denuncia delle condizioni carcerarie e della violenza istituzionale, ma anche con l’affiorare di controversie diplomatiche con il governo basco e la gestione dei terroristi dell'ETA e la messa in causa dell’impatto dei media in fibrillazione life sull'opinione pubblica, il tutto mantenendo una componente spettacolare e una progressione drammaturgica invidiabili per una stessa produzione americana. Ad un tempo minaccioso, affettuoso, romantico e idealista il film ha nel personaggio di Malamadre interpretato da Louis Tosar il degno alter ego del protagonista, al punto che alla fine è difficile capire se i colpevoli siano i “poveri diavoli” rinchiusi in carcere o le istituzioni corrotte che ve li rinchiudono.

Premi: Premio Goya 2010, Miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista

??????, ore 21:30
IL PROFETA
di Jacques Audiard (Francia, 2009)
il profeta

Malik (Tahar Rahim) ha diciannove anni quando viene condannato a sei anni di prigione. Di lui non sappiamo nulla, tranne che è un franco-algerino e che entra in carcere con una banconota ripiegata su se stessa e dei vestiti talmente malandati che, a detta delle guardie carcerarie, non vale la pena di conservare. L'impressione è che sia uno tosto, ma che abbia un senso di sé attestato sullo zero e nessuna idea di ciò che l'aspetta tra le mura del penitenziario. Oltre che tosto, però, Malik è uno che apprende in fretta. Così, impara ad un tempo a uccidere, a leggere e a scrivere. Impara anche a districarsi bene tra le diverse fazioni che si contendono il dominio del territorio in carcere: inizialmente si unisce a una gang di còrsi, poi acquisisce un senso di identità e di comunità unendosi ai fratelli mussulmani. I compagni di galera prendono a definirlo un “profeta”, perché la sua via è tracciata come quella di chi ha una missione, e in effetti a vederlo uscire dal carcere una volta scontata la pena si ha davvero l’im-pressione che il giovane l’abbia assolta, la sua missione. Alcune scene, a cominciare dall’epilogo, sono formidabili: si pensi solo al modo in cui viene liquidato il vecchio boss, che anziché essere ucciso, viene lasciato in pasto a quello stesso habitat criminale che lui stesso un tempo dominava. Pluripremiato a Cannes e ai César, gli Oscar del cinema francese, un film che sembra girato da un etologo tanto è freddo.

Premi: Grand Prix Festival di Cannes, 2009; Premio César 2010, Miglior film, miglior regia, migliore attore protagonista


?????, ore 21:30
THE ROAD
di John Hillcoat (USA, 2009)
the road

In una atmosfera da incubo che ricorda il più cupo dei film noir, un padre e un figlio vagano in una terra irriconoscibile piegata da una qualche misteriosa Apocalisse che ha desertificato l’ambiente e imbarbarito i rari superstiti fino al cannibalismo. Un mondo di puro orrore in cui ogni sconosciuto può farti a pezzi e mangiarti e di cui è già stata vittima la madre del piccolo, uccisasi con le sue mani per non fare, appunto, una fine peggiore. Cupissimo, rigoroso, molto fedele al romanzo, quasi insostenibile per lo spoglio realismo, un film di rara bellezza che sa farsi metafora non solo dei tempi cupi che ci attendono ma anche del misero tempo presente che accumula padri che non sanno dire alcunché di sensato ai loro stessi figli anche se non sono ancora giunti a conservare il colpo in canna per alleviarne la sofferenza.